Dall’ambrosia un’importante scoperta per inibire la crescita dei tumori

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Dall’ambrosia un’importante scoperta per inibire la crescita dei tumori

Uno studio in collaborazione tra l’Università di Lund e l’Università Maggiore di San Andrés a La Paz (Bolivia) ha analizzato gli effetti delle sostanze dell’Ambrosia arborescens sulle cellule staminali del cancro.

L’ambrosia e le sue sostanze

L’ambrosia cresce ad alta quota in gran parte del Sud America ed è tradizionalmente utilizzata come pianta medicinale. I ricercatori hanno isolato una sostanza dalla pianta, la damsina, e studiato il suo effetto sulle cellule staminali del cancro in tre differenti linee di cellule tumorali del seno.

Hanno anche eseguito studi analoghi usando l’ ambrosina – una sostanza simile alla damsina, ma prodotta in modo sintetico. I risultati mostrano che entrambi hanno un effetto sulle cellule staminali del cancro.

I risultati

Sia le sostanze naturali che le sostanze sintetiche inibiscono la crescita e la diffusione delle cellule staminali del cancro nelle linee cellulari del cancro al seno. Questa è la prima volta che è stato dimostrato con successo dalla ricerca“, afferma Stina Oredsson, professore presso l’Università di Lund.

Già a basse concentrazioni, le due sostanze inibiscono la divisione e la mobilità delle cellule tumorali. Ciò significa che il tumore diventa più piccolo in quanto la proliferazione cellulare diminuisce.

Lo studio precedente

Nel presente studio, i ricercatori hanno anche dimostrato che il numero effettivo di cellule staminali del cancro diminuisce.

Nel futuro

Stina Oredsson sostiene che i risultati siano una svolta nella ricerca, in quanto potrebbe essere il primo passo verso un trattamento efficace delle cellule staminali del cancro, cioè le cellule ritenute responsabili di metastasi.

Le cellule staminali del cancro possono essere considerate il tipo più pericoloso di cellule tumorali, in quanto sembrano avere una resistenza intrinseca ai farmaci chemioterapici utilizzati oggi. I nostri risultati possono contribuire allo sviluppo di nuove cure anche se i tempi non saranno celeri “, dice Stina Oredsson.

 

Fonte:

http://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0184304