Il componente del Peperoncino contro il tumore alla prostata

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Il componente del Peperoncino contro il tumore alla prostata

La capsaicina è una sostanza nel peperoncino che dà il senso del bruciore. È stato inoltre trovato che contribuisce ad uccidere le cellule tumorali.

Questo è ciò che è emerso dallo studio pubblicato sulla rivista Cancer Reasearch ed effettuato da un team di ricercatori del Samuel Oschin Comprehensive Cancer Institute del Cedars-Sinai Medical Center, in collaborazione con l’UCLA.

La capsaicina limita la diffusione del cancro alla prostata

Dallo studio  è emerso che il peperoncino ha contribuito a fermare la diffusione del cancro alla prostata. La capsaicina trovata nei peperoncini ha infatti provocato il suicidio in entrambi i tipi primari di linee cellulari di cancro alla prostata.

Dai risultati dello studio testato sui topi è inoltre emerso che i tumori del cancro della prostata trattati con capsaicina erano circa un quinto delle dimensioni dei tumori nei topi non trattati.

Le considerazioni, il rallentamento dello sviluppo del tumore 

La capsaicina ha avuto un profondo effetto anti-proliferativo sulle cellule tumorali prostatiche umane in coltura“, ha dichiarato Sören Lehmann, del Cedars-Sinai Medical Center e della UCLA School of Medicine. “Inoltre ha drasticamente rallentato lo sviluppo dei tumori della prostata formati da quelle linee cellulari umane coltivate nei modelli di topi“.

Il dosaggio sui topi che hanno prodotto questi effetti è stato pari a circa 5 Habanero a settimana per un uomo adulto medio.

Il tumore alla prostata ed i numeri in Italia

Il cancro alla prostata colpisce prevalentemente gli uomini oltre i 50 anni ed è il tipo più comune di cancro negli uomini.

Ogni anno sono 36.000 i nuovi casi di tumore alla prostata in Italia, di cui 6.000 pazienti vengono curati con la prostatectomia radicale ed altrettanti ricevono una radioterapia. Queste terapie sono di solito inizialmente molto efficaci. In più dell’80% dei casi si assiste ad una completa remissione della malattia, testimoniata dal fatto che il PSA (il marcatore che ha portato a fare la diagnosi) si abbassa a valori che sono prossimi allo zero.

Tuttavia dopo un periodo di guarigione apparente, che può durare anche anni, nel 30-40% dei pazienti il PSA ritorna a crescere in modo progressivo e costante, dapprima molto lentamente, poi in modo sempre più rapido.

Per questo il trattamento precoce può fare fare la differenza.

Fonte:
https://www.eurekalert.org/pub_releases/2006-03/aafc-pch031306.php